A step from hell

Osservava la sua mano, chiusa ad artiglio, sulla pelle squamosa dell’essere sotto di lei. Ansimava. Il battito cardiaco accelerato. Un velo di sudore sulla fronte. La lotta era stata impari. Il nemico era troppo forte, astuto e preparato per poter anche solo pensare di poterla avere vinta. Eppure ci aveva provato. Nonostante tutto. Nonostante il mago avesse ampiamente spiegato che gli esseri di tal genere sono impossibili da vincere. La sua mano, ora, era macchiata da un liquido strano. Denso, lucido. L’essere, con uno scatto, si girò, atterrandola. Si era distratta. Come aveva potuto? In un attimo le parti si erano invertite, adesso era lei nelle condizioni di doversi difendere. Per non soccombere. Eppure sembrava che la bestia non avesse più un briciolo di energia. Ma, mai sottovalutare il nemico. Mai. Era la prima regola, e lei, ingenuamente, l’aveva dimenticata. Schivò i suoi colpi con agilità. La stanchezza si faceva sentire, ma il suo fisico era ben allenato. Cominciava ad esser tardi. Tra pochi minuti il secondo sole sarebbe sorto, vanificando i suoi sforzi. Doveva fare presto se voleva che la sua missione andasse a buon fine. Cercò di divincolarsi, ma la presa dell’avversario era ferma, d’acciaio. La flebile luce del primo sole faceva capolino tra il fogliame. Una luce brillò a pochi metri da lei: la sua spada! L’aveva persa nel momento in cui era riuscita a piegare il suo nemico. Ora doveva solo cercare di riprenderla. Tese il braccio in sua direzione. Le dita sfioravano appena l’elsa. Cercò di allungarsi ancora di più. Tese ogni tendine, ma non era alla sua portata. L’essere capì cosa lei aveva in mente. Strinse allora la presa sul suo collo. Alinor si sentì soffocare; l’aria passava con sempre maggiore difficoltà attraverso la sua trachea. Con un ultimo, disperato tentativo, Alinor graffiò gli occhi dell’avversario e approfittando dell’effetto sorpresa del suo gesto, con l’altra mano riuscì ad afferrare la spada, mentre la bestia gettava la testa all’indietro in un riflesso condizionato. Alinor approfittò di quel momento per trafiggerlo. Gli inflisse la ferita mortale nel suo unico punto vulnerabile, in mezzo al petto. Dalla ferita cominciò a sgorgare il liquido denso e lucido di cui aveva bisogno. L’essere non emise alcun suono. Semplicemente, la guardava sbalordito. Lentamente si accasciò su di un fianco. Non c’era nessun segno di sofferenza nel suo volto. Anzi sembrava sollevato. Alinor si rimise in piedi. La bestia continuava  a guardarla. Lei non riusciva ancora a credere di aver compiuto la missione. Prese la boccetta dalla sua bisaccia e la riempì con la linfa vitale del suo nemico. Prima del sorgere del secondo sole, come era scritto. L’avrebbe portata al mago così il regnante e la povera gente delle sue terre sarebbero guariti. La pestilenza finalmente sarebbe stata debellata. La bestia l’aveva portata, la bestia l’avrebbe portata via. La guardò ancora una volta. Gli occhi chiusi. Le squame che ne ricoprivano il corpo, ancora lucide. Il respiro debole ma ancora vitale. Le ali chiuse, ferite, inservibili. Le zampe artigliate vicino al petto, vicine alla ferita. La bestia aprì gli occhi e la supplicò con lo sguardo. Nei suoi occhi il desiderio di terminare lì la sua esistenza. Lei, elfo di nobile rango, a questo punto aveva il potere di dargli la morte o di salvarlo. Ne ebbe pietà. Lottò con la sua coscienza. Lottò con le immagini di atroce sofferenza che la bestia aveva inflitto alla sua gente. Si disse mille volte sì e mille volte no. Alla fine decise. Gli tese la mano tremante, mentre il secondo sole illuminava fieramente la sua terra.

Cora, La Missione

Maggio-Agosto 2009


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